mercoledì 28 maggio 2008

Solidarietà e buon senso

Puo sembrare folle, ma ritengo che la solidarietà ad oltranza ed ad ogni costo non sia nè giusta, nè corretta, ma sia un'offesa al buon senso.
Mi spiego meglio.
Se ho una gamba rotta e voglio mettermi ad aiutare le nonnine ad attraversare la strada, non sono un boyscout, sono una persona stupida!
Sento con frequenza allarmante la richiesta di aiuti per chiunque abbia dei problemi e venga in qualche modo considerato diverso, ma questo viene nella difesa delle minoranze dimenticando totalmente le maggioranze.
Il passato governo Prodi ha passato mesi a discutere se fare o meno i DICO, come farli, etc. etc. intanto tutti gli altri italiani perdevano progressivamente potere d'acquisto, il costo dei carburanti saliva alle stelle, le rate dei mutui diventavano insostenibili per un gran numero di famiglie; forse era meglio scegliere delle priorità diverse, non dimenticando la problematica dei conviventi, ma risolvendo prima i problemi di tutti gli altri o per essere più precisi della maggioranza.

Percezione soggettiva e realtà

Se a 2 persone che assistono alla stessa scena, di qualsiasi tipo, viene chiesto di raccontarla, ci troveremo 2 narrazioni similari, ma sicuramente diverse.
Ognuno di noi percepisce ed interagisce con il mondo in modo personale e soggettivo ed allora ecco che la realtà diviene un'opinione a prescindere da qualsiasi buon senso.
Anche le informazioni che riceviamo sono comunque mediate da chi ce le fornisce, anche se si tratta del più onesto dei cronisti, l'opinione e la soggettività del narratore trasformano il racconto.
Se vi è mai capitato di dirimere una disputa tra bambini, vi sarete accorti che con frequenza le argomentazioni portate da una o dall'altra parte sono come oro colato, ma teoricamente la verità è una sola: come fare a riconoscerla ?

Medicine "Alternative" ?

A cadenza regolare troviamo notizie di persone decedute a causa dell'appandono delle terapie "convenzionali" a favore di medicine "alternative".
Forse il problema non è così semplice come ci viene presentato.
Innanzi tutto occorrerebbe stabilire cosa siano le medicine "alternative": fitoterapia, aromaterapia, agopuntura, erboristeria, etc. etc. sono sistemi di cura adottati dall'uomo da alcune migliaia di anni e soppiantate nella società moderna da nuovi sistemi di cura basati principalmente su farmaci di origine sintetica.

Forse si può arrivare a pensare che fino alla nascita della farmacopea chimica, le persone siano guarite soltanto per un enorme effetto placebo, ma ci si scontrerebbe con la realtà dei fatti.
Io non credo che esista una medicina "convenzionale" e delle medicine "alternative", credo che la natura e la chimica mettono a disposizione del medico una vastità incredibile di prodotti che possono aiutarlo a farci ritrovare la salute, ma è indispensabile che la sua conoscenza, la sua esperienza ed infine la sua umiltà lo portino a cercare il rimedio più corretto per guarire.

Purtroppo l'avidità ed a volte l'ignoranza, hanno portato non pochi a pensare di adattare il malato alla medicina che si conosce, invece di ricercare la medicina in base al malato.
E' come se un meccanico decidesse di cambiare tutti i bulloni di una macchina perchè lui ha soltanto una chiave per aprirli.

Fino a quando non riporteremo il malato e non la malattia, al centro della nostra attenzione, vedremo sempre conflitti di idee e di opinione assolutamente sterili, che non potranno migliorare la salute di nessuno.

martedì 27 maggio 2008

Guadagno quanto valgo?

Sento con frequenza frasi del tipo: "Sono pagato poco", "Dovrei guadagnare di più", "Porto a casa una miseria" ...
Mi sorge spontanea la domanda: E se guadagnassi quanto valgo?

Determinare il valore economico delle proprie capacità o la giusta retribuzione per il lavoro svolto non è sicuramente una delle cose più semplici da fare, non lo è per un datore di lavoro e non credo che lo sia per il lavoratore stesso.

In prima istanza occorre accettare che il nostro compenso è direttamente proporzionale (o dovrebbe esserlo) alla produttività del lavoro svolto a prescindere dalla capacità con cui lo si svolge.
Se prendo un laureato (in qualsiasivoglia materia) e lo metto a fare un lavoro come il lavapiatti, posso ipotizzare che ottimizzerà meglio il suo agire, ma non credo che potrà superare una certa soglia di redditività. Questo farà si che la differenza tra quanto guadagna lui ed il suo collega diplomato (sempre lavapiatti) non sarà neanche percepibile economicamente.

Ovviamente se il ruolo può avere compensi direttamente proporzionali all'operato ecco che la differente preparazione e la differente professionalità generano differenti compensi: un amministratore delegato di un'azienda dovrebbe avere un compenso estremamente collegato a quanto è bravo e la sua bravura si misura con l'andamento dell'azienda.
Purtroppo temo che anni di cultura "ugualitaria" abbia cancellato in noi le capacità critiche: dobbiamo guadagnare di più per poter spendere di più, per poter avere di più, perchè altri guadagnano di più, non perchè valiamo di più.
Se non riportiamo le valutazioni ad essere oggettive e non sociali o soggettive, non troveremo mai la strada per una corretta valutazione del nostro lavoro e del nostro compenso.
Tutto questo discorso può però essere minato dall'infrangere le regole: se un lavoratore non paga le tasse, ecco che il suo compenso aumenta rispetto a quello che magari lo svolge meglio, ma rispettando le leggi.

Alcuni giorni fa sono stati pubblicati i redditi degli italiani e molti si sono lamentati della violazione di privacy che questo avrebbe comportato: personalmente credo che se il mio compenso è corretto o inferiore a quanto produco non mi vergogno a far si che gli altri lo sappiano, forse non saro considerato "un furbo" e soltanto uno corretto, ma non credo che il risultato sarà farmi perdere la stima di chi mi conosce o di chi mi conoscerà.